cosimo maria ferri  
 
COMUNICATI
COMUNICATO del 20 aprile 2014
La nuova legge sul reato di voto di scambio politico-mafioso
 
di Cosimo Maria Ferri
Sottosegretario alla Giustizia
 
La nuova formulazione del reato di voto di scambio politico-mafioso approvata dal Senato della Repubblica in terza lettura e diventata legge rappresenta il risultato di un importante sforzo congiunto fatto dal Governo e dalle principali forze parlamentari.
È stato elaborato un testo che tiene conto delle problematiche e delle criticità evidenziate nel corso dell’iter parlamentare e che potrà essere assai utile alla magistratura e alle forze dell’ordine per contrastare le infiltrazioni mafiose nella politica.
Occorre, innanzitutto, partire da un dato di fatto, che credo possa considerarsi pacifico: la normativa prima vigente era inadeguata.
Tale disciplina, si è dimostrata scarsamente efficace e tale da non riuscire a colpire tutte quelle forme di collusione elettorale tra politica e mafia che invece vanno punite proprio perché in grado di creare interferenze ed inquinamenti nelle campagne elettorali ed illegittimi condizionamenti della politica.
In particolare, la vecchia norma restringeva in un ambito irragionevolmente angusto l’area della punibilità limitando la responsabilità del politico solo al caso in cui erogasse del denaro. In base a questa norma era, quindi, necessaria la dazione di una somma di denaro - e non la semplice promessa - con la conseguenza che, laddove avesse avuto ad oggetto un’utilità diversa dal denaro, sarebbe stata penalmente irrilevante. Una conclusione questa che si poneva in contrasto con la più recente giurisprudenza in materia la quale tende ad equiparare la dazione di denaro a quella di alcuni altri tipi di utilità.
La “vecchia” norma, inoltre, conteneva un evidente errore tecnico laddove faceva riferimento alla “promessa di voti prevista dal terzo comma del medesimo articolo 416-bis”, quando, invece, tale terzo comma non prevede alcuna “promessa” di voti. In particolare, si fa riferimento alla finalità di “procurare voti” ma non vi è alcun riferimento alla “promessa” di voti.
L’inefficacia della previgente disciplina è ulteriormente dimostrata dal fatto che, dal 1992 - quando è entrata in vigore - ad oggi, le condanne per il reato di scambio elettorale politico mafioso sono state assai poche (2 nel 2010, 6 nel 2011, 12 nel 2012).
Con il testo approvato, invece, si superano molte delle criticità che erano presenti nella precedente normativa e si compie un decisivo passo in avanti nella lotta alla mafia proprio perché viene ampliata l’area del penalmente rilevante.
In particolare, il primo significativo miglioramento è rappresentato dal fatto che viene punito il semplice scambio delle promesse tra il politico e il mafioso. Si è già evidenziato come nel “vecchio” testo di cui all’art. 416 ter c.p. fosse punita solo l’erogazione del denaro da parte del politico, ma non anche la promessa di erogazione. Adesso, invece, la norma modificata amplia la fattispecie penale fino a ricomprendervi anche la mera promessa della dazione.
Pertanto, il nuovo testo punisce da un lato, la promessa con cui il mafioso si impegna procurare voti al politico usando i metodi e la forza intimidatrice dell’associazione mafiosa e, dall’altro, la promessa del politico di favorire la mafia con qualsiasi tipo di utilità economicamente valutabile, come ad es. appalti, permessi edilizi e posti di lavoro.
Un importante risultato è, quindi, rappresentato dall’aver stabilito che debba essere punito lo scambio delle promesse atteso che un accordo tra politico e mafioso non solo è in grado di condizionare il voto e di influire sulla competizione elettorale, creando un grave vulnus alla sua regolarità ed alla legittimazione popolare degli organi eletti, ma vale ad instaurare un pericolosissimo connubio tra mafia e politica. Pertanto il fatto che sia stato punito lo scambio delle promesse è un traguardo la cui importanza, in chiave antimafia, deve essere sottolineata con forza. Del resto, nel nostro ordinamento, vige il principio secondo cui gli “accordi” sono di regola penalmente irrilevanti e l’art. 115 c.p. stabilisce che l’accordo per commettere un reato non è punibile “salvo che la legge disponga altrimenti”. Pertanto aver, invece, previsto la punibilità del semplice accordo e del semplice scambio delle promesse, senza che questo sia accompagnato da alcun altro comportamento concreto, e quindi senza che, alla manifestazione della promessa, segua la sua concreta attuazione, evidenzia come sia stata ampliata nel massimo grado possibile l’area della punibilità, creando un importante strumento normativo di contrasto alle collusioni tra mafia e politica.
Un secondo importante miglioramento rispetto al “vecchio” testo riguarda l’oggetto della erogazione o della promessa di erogazione. Come si è già accennato, la norma indicava, come possibile oggetto della erogazione o della promessa, soltanto il denaro. Con la nuova formulazione, invece, si estende l’area della punibilità anche a quelle condotte - di erogazione o di promessa di erogazione - che abbiano ad oggetto anche un’utilità diversa dal denaro. In questo modo, si potrà punire il politico, non solo laddove prometta del denaro in cambio dei voti, ma anche quando prometta appalti, permessi di costruire, licenze, posti di lavoro e qualsiasi altra utilità.
È molto importante l’aver stabilito che deve essere punita, non solo la promessa di denaro, ma anche la promessa di altra utilità diversa dal denaro, considerato che si tratta di due oggetti (il denaro e l’utilità) la cui promessa presenta il medesimo disvalore. In altre parole, è evidente come il disvalore della condotta del politico che voglia ottenere voti dalla mafia resti sostanzialmente invariato tanto nel caso in cui in cambio offra del denaro, tanto in quello in cui elargisca altri beni patrimoniali, posti di lavoro, appalti, licenze, etc. Per questo motivo, è importante aver esteso l’area della punibilità anche alle promesse di altre utilità, compiendo così un ulteriore e significativo passo in avanti nella repressione dei rapporti mafia-politica.
Si segnala, come ulteriore nota positiva, l’eliminazione dal testo approvato dell’avverbio “consapevolmente” introdotto dalla Camera dei Deputati in prima lettura e riferito alla accettazione dei voti. Tale espressione si presentava come superflua, perché si tratta di un reato doloso che, come tale, implicitamente già richiede la consapevolezza e volontà della condotta, o addirittura dannosa rischiando di aprire la strada ad interpretazioni restrittive della nuova fattispecie penale che avrebbero potuto ridurre l’area della punibilità e rendere questa norma meno efficace.
Per gli stessi motivi, ritengo condivisibile anche l’eliminazione dal testo che era stato approvato al Senato in seconda lettura del riferimento alla condotta consistente “nell’offrire la propria disponibilità a soddisfare gli interessi e le esigenze della mafia”. Ed invero, la condotta consistente nel dare in cambio “la disponibilità a soddisfare gli interessi e le esigenze dell’associazione” rischiava, così formulata, di essere non sufficientemente determinata e quindi poteva porre problemi di rispetto dei principi di tassatività e sufficiente determinatezza della fattispecie incriminatrice.
Al di là di questo, va evidenziato anche che, proprio perché la soglia della punibilità è stata estesa fino a punire un semplice accordo, il Legislatore aveva il dovere di definire, con il maggior rigore possibile, quale dovesse essere l’oggetto dell’accordo (quale deve essere l’oggetto delle promesse), descrivendolo in maniera assolutamente precisa ed inequivocabile. Invece, la formula che era stata adottata rischiava di risultare fumosa ed inafferrabile, il che avrebbe comportato serie incertezze giuridiche, che avrebbero rischiato di rendere incerto ed inefficace l’esito dei processi, più difficoltoso l’accertamento probatorio del reato ed ondivaga ed arbitraria l’azione della magistratura.
La mafia si combatte, invece, con norme chiare e precise, che descrivano inequivocabilmente i contorni di ciò che è illecito, perché solo con la chiarezza e la precisione si possono avere norme efficaci che, senza mettere in discussione i principi dello Stato di diritto, siano in grado di essere effettivamente applicate e di raggiungere risultati concreti, con condanne in grado di “resistere” anche in Cassazione.
Per questo motivo, deve essere valutato positivamente l’eliminazione della predetta condotta.
Inoltre, alla base della necessità di eliminare quel tipo di condotta, nell’ottica di rendere più efficaci gli strumenti normativi contro la mafia, vi era un ulteriore motivo atteso che la norma, così come era formulata, rischiava di interferire con la disciplina del c.d. concorso esterno in associazione mafiosa, finendo con il rendere complessivamente meno efficaci le norme per combattere la mafia. In particolare, attualmente, in base alla giurisprudenza della Cassazione, il mettersi a disposizione della mafia è condotta che può rientrare nel concorso esterno e che è nettamente distinta dalla condotta del reato di voto di scambio politico-mafioso.
Questo significa, innanzitutto, che, al fine di punire lo scambio elettorale politico-mafioso, non era indispensabile introdurre nell’art. 416 ter c.p. il riferimento alla condotta di “mettersi a disposizione della mafia” proprio perché già punibile.
In secondo luogo, significa che attraverso l’attuale disciplina vi è la possibilità che i reati di concorso esterno in associazione mafiosa e di voto di scambio di cui all’art. 416 ter c.p. concorrano.
In altre parole, oggi tali reati potranno trovare applicazione contemporaneamente alla medesima persona per la medesima vicenda. Ad esempio, se un politico, oltre ad accordarsi con un mafioso promettendogli denaro (o, con il nuovo testo, promettendogli anche altre utilità, come appalti, posti di lavoro, ecc.), si mette anche a disposizione della mafia così rafforzandola ed agevolandola, egli attualmente risponde, non solo del reato di voto di scambio, ma anche del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Invece, se nel nuovo art. 416 ter si fosse introdotta anche la condotta di “mettersi a disposizione della mafia”, il politico, nell’esempio fatto, sarebbe stato punito soltanto per il reato di cui all’art. 416 ter c.p. e non anche per concorso esterno in associazione mafiosa.
In altre parole, con la norma approvata, chi, senza essere mafioso, si metterà a disposizione della mafia verrà comunque punito a titolo di concorso esterno in associazione mafiosa quando il suo comportamento avrà effettivamente agevolato la mafia, con la conseguenza che la pena per il concorso esterno si andrà a sommare a quella per il voto di scambio politico-mafioso. Invece, con il testo che era stato approvato al Senato in seconda lettura, se il politico, oltre ad accordarsi con un mafioso promettendogli denaro o utilità economiche, si fosse messo anche a disposizione della mafia, avrebbe risposto solo del reato di voto di scambio e non anche di concorso esterno in associazione mafiosa.
In definitiva, l’aver eliminato la condotta consistente nel dare la propria disponibilità a soddisfare gli interessi della mafia rappresenta un risultato positivo, non solo perché, costruendo le norme in maniera conforme ai principi di tassatività e sufficiente determinatezza delle fattispecie penali si riaffermano i principi ed i valori dello stato di diritto e quindi la superiorità anche morale dello Stato nei confronti della mafia, ma anche perché in questo modo si arriva a costruire un sistema di norme complessivamente più efficaci per combattere con forza le infiltrazioni della mafia nella politica.
E’, inoltre, condivisibile l’aver fissato la pena nel range da 4 a 10 anni di reclusione. Ed invero, i reati di associazione mafiosa e voto di scambio presentano un disvalore diverso e quindi devono essere puniti con pene diverse (come ci ha suggerito anche l’autorevole commissione Fiandaca). Il primo comporta una partecipazione stabile e continuativa ad una associazione criminale, un inserimento organico nel sodalizio criminale e quindi una personale intima condivisione dei metodi e delle finalità della mafia. Il secondo, invece, consiste in una condotta limitata nel tempo e nella gravità, circoscritta al momento dell’accordo per scambiare voti e utilità, limitata alla manifestazione della promessa, senza la necessità, perché sussista il reato, che questa promessa venga poi attuata.
La diversità tra i due reati deriva anche dal fatto che, d’ora in poi, verranno punite anche solo le semplici promesse. In particolare, la promessa di utilità è un qualcosa di diverso, ma anche di meno grave, rispetto all’erogazione di utilità e di questo occorre tenere conto nell’individuare una pena che sia commisurata alla gravità del fatto.
Pertanto è evidente che, anche alla luce delle modifiche apportate al voto di scambio politico mafioso e finalizzate ad ampliare l’area della punibilità, resta ancora più vera la considerazione secondo cui il reato di cui all’art. 416 bis c.p. e quello di cui all’art. 416 ter c.p. abbiano ad oggetto due diverse condotte connotate da una diversa gravità. Da ciò deriva la necessità di graduare in maniera diversa la misura della risposta punitiva atteso che lo Stato deve farsi carico non solo di punire ma anche di punire in maniera proporzionata alla gravità delle diverse possibili condotte.
In conclusione, la nuova formulazione dell’art. 416 ter c.p. costituisce un importante passo in avanti nella lotta alla mafia, in grado di coniugare le esigenze di efficienza ed efficacia della macchina investigativa e giudiziaria con quelle di garanzia del diritto di difesa.
 
 
 
 
 
   
www.centrolunigianesedistudigiuridici.org